giovedì 8 gennaio 2026

IL MIO COACH IN REALTA' E' UNO SCRITTORE

 

Ho corso tanto.

A questo pensavo qualche giorno fa, mentre salutavo le vacanze siciliane correndo la prima ora del mattino, accompagnato dai profumi di mare e di pineta, poco prima di prendere l'aereo.

Ho corso quando mio padre mi fece la prima pera di endorfine, sulla Mura com'è giusto, avevo dodici anni e il fiato corto, e mi dissi mai più.
Ho corso per le strade buie della mia città, negli anni di piombo e in quelli d'oro, quando ancora la gente rideva e ti gridava dietro. Capre che non siete altro, adesso siete tutti lì sudati a ciabattare.
Ho corso guardando Tavolara, per preparare le stagioni di football, gli scatti sulla sabbia di farina di Brandinchi, il suono delicato delle onde turchesi, mirto nell'aria e nessuno in vista per chilometri.
Ho corso nel mio bosco sotto Plan de Corones, saltando sui sassi i ruscelli del Rienza, gli scoiattoli fulvi con le loro nocciole, il tappeto soffice quando la neve si ritira e gli abeti odorano di primavera in arrivo.
Ho corso l'alba rossa del deserto d'Arizona, tra saguaro alti come totem navajo, e roadrunner nervosi ai bordi del sentiero che facevano "beep! beep!".
Ho corso a Monkey Mia, dall'altra parte del mondo, o forse era proprio un altro pianeta, dalla collina vedevo i delfini giocare con gli umani nell'acqua grigia e piatta della baia.
Ho corso nella foresta di Bryce Canyon, un rumore pesante mi seguiva tra gli alberi, avevo paura fosse un grizzly incazzato, e invece erea un alce pacioso, grande come un camion.
Ho corso sullo Strip di Vegas, dove i casino finiscono e the streets have no name, un barbone col carrello mi ha dato un cinque, un pazzo dietro vetri neri pompava il V8 di una vecchia Corvette Trans-Am.
Ho corso a Roth, un non luogo, dopo aver messo giù la bici la benzina era finita, finita, poi ho mangiato una fetta di cocomera magica e, nonsocomecazzo, ne ho stampati 42.195 senza mai fermarmi.
Ho corso sul fottuto lungomare di Nizza, sull'orlo del collasso, coi piedi piagati e la cupola del Negresco che sembrava sempre più lontana, poi ho incrociato Papi, una risata e son guarito.
Ho corso quell'ultimo chilometro di sogno a Klag, tutti si allungavano sulle transenne per toccarmi la mano, e mio padre stavolta mi guardava dal cielo, sorridendo.

Ho corso ovunque sono stato, imprimendomi i luogi nel profondo, e migliaia di miglia nelle campagne attorno a casa, innamorandomi ogni volta della luce sghemba di albe e tramonti.
Ho corso con i miei amici, sulla Mura o impegnati in qualche gara, sempre sparando cazzate.
Ho corso con Sciffo al fianco, cane pazzo, nel Parco Urbano ancora senza nome, e ho corso con Wally, cane gentiluomo, i cui occhi gentili parlano meglio di mille parole.

Soprattutto ho corso solo con me stesso, un milione e mezzo di volte, ma non ho mai provato solitudine, abbandono o tristezza.
Semmai, li ho guariti.


da NO EASY WAY OUT

 

martedì 6 gennaio 2026

"La tua più grande vittoria in questo 2026 non sarà ciò che otterrai, ma chi diventerai mentre guarisci le tue battaglie invisibili"


"Mi vedi oggi, con 28 medaglie appese al collo e il titolo di miglior atleta di tutti i tempi inciso sui libri. Vedi lo "Squalo di Baltimora", ma la mia realtà è stata un uomo distrutto nel 2014, chiuso nella sua stanza desiderando che il mondo si fermasse.

Ricordo l'odore di cloro misto al sapore amaro della disperazione nelle mie notti peggiori. Ero l'idolo mondiale che, dopo aver toccato la gloria, sentivo solo un vuoto che nessun record poteva colmare.

Sentivo di non voler più essere Michael Phelps, il nuotatore; volevo solo smettere di sentire quel dolore al petto. Ho visto la mia vita crollare dopo un arresto per guida in stato di ebbrezza, mentre il mondo si aspettava che fossi invincibile.

Ho dovuto toccare il fondo della piscina, quello dove non c'è acqua e c'è solo silenzio, per capire che non era un pesce, ma un umano. Vivevo nel terrore della mia mente, convinto che il mio valore dipendesse solo dalla velocità delle mie braccia.

Decisi che se avessi imparato a conquistare l'oceano, avrei potuto anche imparare a conquistare i miei stessi demoni. Ho smesso di contare i secondi dell'orologio e ho iniziato a contare i giorni in cui mi permettevo di essere vulnerabile e chiedere aiuto.

Ho dovuto affondare completamente per capire che il successo senza pace mentale è solo una gabbia d'oro molto luminosa. Oggi, quando guardo le mie medaglie, non vedo metallo; vedo il promemoria che sono sopravvissuto alla tempesta più grande nella mia testa.

So che il mio più grande record non è stato un marchio mondiale, ma aver avuto il coraggio di dire "non sto bene" quando tutti pensavano che avessi tutto.

Vincere non ti guarisce; guarire è ciò che ti rende davvero un campione.

La tua più grande vittoria in questo 2026 non sarà ciò che otterrai, ma chi diventerai mentre guarisci le tue battaglie invisibili".

Michael Phelps

lunedì 5 gennaio 2026

PROPOSITI PER IL 2026: Morsi di cane e tempeste di neve a mezzanotte…


https://www.lumacagabi.com/alps-divide-resoconto/

Magellan aka Giuda Mezza Routa sta pianificando la nostra estate. Dai resoconti sembra gia' molto meglio della Transbalcan dove c'erano orsi e mine antiuomo.....

sabato 27 dicembre 2025

IN EFFETTI SENTIVO UN RUMORINO NEL CAMBIO.....


Oggi un'altra giornata di Dio, figlio 2 mi ha accompagnato a Cancano, lui con l'elettrica e io con quella normale. Sentivo un rumorino nel cambio per tutta la salita. A due km dall'arrivo guardo la corona e stavo andando su con il 50.....chiaramente con la piu' grande dietro che ha sfregato per tutti i km.

venerdì 26 dicembre 2025

IL MIO CIRCO DI NATALE


 

Come da tradizione per le feste di Natale noleggio una fat tyre elettrica e salgo fin che si può di fianco al Gavia. E come sempre, in una giornata da togliere il fiato, la montagna non ti tradisce. 

Silenzio e gioia. 

martedì 16 dicembre 2025

OGNI FINISH LINE DEVE ESSERE UNA TRASFORMAZIONE - Mark Allen

 

Primo Triathlon Della Storia 25 settembre 1974 Mission Bay San Diego

L'ORIGINE RACCONTATA SU TRIATHLETE DA MARK ALLEN:

"Ogni sport ha una storia che ne racconta le origini. Alcuni nascono da grandi visioni, altri iniziano su un campo o una pista, dove un gruppo di sognatori si ritrova e decide di provare qualcosa di nuovo E il triathlon com’è nato? Era un mercoledì sera.

Non c’erano fuochi d’artificio. Non c’erano sponsor. Non c’era nessun titolo mondiale in palio. C’erano solo una manciata di atleti a Mission Bay, stanchi di fare sempre gli stessi allenamenti, alla ricerca di qualcosa diverso e divertente. Senza saperlo, quegli atleti crearono un movimento destinato a cambiare per sempre lo sport di endurance. Il primo triathlon non era un qualcosa di “raffinato”. Non era nemmeno una “gara” per come la intendiamo oggi. Era un esperimento, meravigliosamente imperfetto e profondamente umano. E forse, è proprio per questo che ha funzionato.

La scintilla

Mercoledì 25 settembre 1974. La San Diego degli anni ’70 era un parco giochi per gli sportivi di endurance: runners, ciclisti, nuotatori, surfisti, bagnini. Il San Diego Track Club era un alveare di energia e ambizione. Quella sera, due suoi membri, Jack Johnston e Don Shanahan, lanciarono un’idea insolita: «E se combinassimo una corsa, una pedalata e una nuotata… tutte nella stessa prova?».

Tutto qui. Niente di profondo. Non pensavano di inventare uno sport. Non immaginavano medaglie olimpiche o campionati del mondo. Stavano solo aprendo la porta a qualcosa di divertente, un po’ strano ma molto stimolante. Parteciparono in 46. Alcuni erano runner in cerca di qualcosa di nuovo. Altri erano nuotatori che non sapevano resistere a una nuova sfida. E poi c’erano dei ciclisti che non avevano nulla da perdere. Ad unirli era la curiosità.

La follia

Il primo triathlon non aveva il format di quello di oggi. Cominciava con la corsa, proseguiva col ciclismo e finiva col nuoto. Non per una questione di strategia o sicurezza, ma semplicemente perché sembrava la soluzione più praticabile.

Le distanze? Variabili. Le transizioni? Inesistenti. Le bici erano appoggiate a recinzioni o direttamente per terra. L’attrezzatura? Diciamo solo che nessuno parlava di aerodinamica. Qualcuno correva a petto nudo. Qualcuno pedalava con dei pantaloncini tagliati a mano. Qualcuno probabilmente nuotava ancora con le calze perché si era dimenticato di averle addosso.

Era caotico. Era disordinato. Era magnifico. Perché ciò che contava non era l’efficienza ma l’esplorazione.

25 settembre 1974, Mission Bay (San Diego) © Mark Allen

L’essenza

Quello che oggi spesso dimentichiamo è che il triathlon non nacque come competizione. Nacque come un gioco. Quei quarantasei atleti non inseguivano podi. Non erano guidati da dati, watt o protocolli di allenamento. Erano guidati da una domanda: «Che succede se mettiamo tutto questo insieme?».

E quella domanda risuona ancora oggi. Quando penso al primo triathlon, immagino la stessa espressione che vedo ai traguardi di tutto il mondo: un mix di esaurimento, orgoglio, incredulità e gioia. È questo ciò che è nato a Mission Bay, non le distanze, non il formato, non le regole. Ma la sensazione.

Da gioco a fenomeno globale

Nessuno, in quella sera del ’74, immaginava a cosa avesse dato il via. Pochi anni dopo, nel 1978, il comandante della Marina USA alle Hawaii John Collins diede un’altra forma all’idea di Jack e Don: combinare tre eventi già esistenti in un’unica prova di ultra-endurance. Le gare erano: la Waikiki Roughwater Swim, la Around-O’ahu Bike Race e la Honolulu Marathon. La formula era semplice: 3 eventi in 1 giorno. Chi arriva per primo si chiamerà Iron Man. Quella fu la seconda scintilla.

Da lì, il fuoco si propagò. Quando entrai nel mondo del triathlon, nei primi anni ’80, lo sport aveva ancora l’innocenza e la ruvidità dei suoi inizi, ma stava già evolvendosi. Si sperimentava in tutto: sistemi di allenamento, strategie nutrizionali, attrezzature provenienti da ogni angolo dello sport. Eppure, il DNA era sempre lo stesso. Il triathlon è nato da curiosità, coraggio e dalla volontà di essere principianti. Questa è l’anima del nostro sport.

© Mark Allen

Il significato del primo triathlon a Mission Bay

Sono stato sulla linea di partenza a Kona molte volte. Alcuni giorni mi sentivo pronto. Altri mi chiedevo come avrei fatto ad arrivare alla bici. Ma sempre, e immancabilmente, mi sentivo legato ai “46 di Mission Bay”. Perché il triathlon non parla di perfezione ma di volontà: di provare, di fallire, di scoprire qualcosa dentro di te che emerge solo sotto pressione.

Quando vidi Julie Moss strisciare nel 1982, fu quel momento a trascinòarmi nello sport. Lei non stava cercando la perfezione. Stava mostrando al mondo lo spirito umano più puro. Ed è lo stesso spirito che animò i fondatori, anche se non ne erano consapevoli.

Il primo triathlon non era un evento raffinato. Nemmeno il mio primo IRONMAN lo era. E neanche il primo di chiunque oggi lo è. Ed è esattamente così che deve essere.

Quattro pilastri da proteggere

Oggi viviamo in un mondo dove il triathlon è diventato adulto: super scarpe, misuratori di potenza, camere di adattamento al calore, nutrizione su misura e tantissimi dati. Tutte innovazioni che ci hanno resi più veloci, più forti, più sicuri, innalzando il limite della performance umana.

Ma se dimentichiamo le radici perdiamo l’anima. Il triathlon è nato grazie a una comunità, alla creatività, alla curiosità e al coraggio. Se vogliamo che questo sport cresca, soprattutto per neofiti, donne, giovani e atleti di ogni provenienza, dobbiamo proteggere questi quattro pilastri.

Ogni linea di partenza deve sembrare un invito. Ogni finish line deve essere una trasformazione. E ogni atleta dovrebbe sentire quella scintilla che i 46 pionieri accesero a Mission Bay.

Perché il primo triathlon conta ancora

Nessuna delle persone schierate quella sera di fine settembre del 1974 sapeva di contribuire a definire un nuovo sport di endurance. Dissero semplicemente sì all’avventura. È per questo che la storia è importante. Perché ogni volta che diciamo sì, ad un’uscita in bici, a una nuotata fredda o a una lunga corsa sotto la pioggia, stiamo onorando le origini di questo sport.

(Mark Allen)"


giovedì 11 dicembre 2025

SESSANTA


 Sessant'anni pieni di vita....

domenica 7 dicembre 2025

LA MIGLIORE CURA* APPENA SENTI I CRAMPI


 Appena sento i doberman arrivare nei quadricipiti, pero' prima che sia troppo tardi, bevete una Gatolrlyte e miracolosamente spariranno.


* post sponsorizzato** da Gatorade

** ma figurati se pagano me per una marchetta

mercoledì 3 dicembre 2025

OGGI LA MOTIVAZIONE ME L'HA DATA....SWATT TRI


 Li seguo da tempo e mi ha sempre affascinato la loro filosofia, un misto tra elite e inclusivita' (porno & panno) allo stesso tempo. Oggi correvo la corsa della vita (quelle che vuoi non finiscano mai) con il podcast nelle cuffie e mi sono ri-esaltato per l'ironman.

la frase piu' bella quella di B. Wiggins: "il triathlon: tre sport fatti malissimo". Sono io!!!!!

domenica 30 novembre 2025

THE ITALIAN ARZAN*


 Dopo aver comunicato al mio coach della mia ultima esperienza nell'arrampicata sportiva, mi ha suggerito di tentare una carriera nel wrestling, quello dove ti spaccano la sedia di ferro sulla schiena e tu voli dagli angoli del ring sugli avversari a terra o viceversa. Lo story telling e' che io sono un figlio del grande Fiume Po e l'energia viene dall'acqua del fiume che bevo prima di ogni incontro. 

*Arzan in dialetto ferrarese significa Argine (di un fiume) ma in gergo vuole dire "picchiatello", nella migliore delle versioni.

venerdì 28 novembre 2025

COME POSSO UCCIDERMI O ROVINARMI OGGI?


 Continua la serie di cretinate per restare offeso o morire. Siamo a Joshua Tree con la famiglia e invece di andarci in bici come suggerirebbe l'intelligenza ci siamo avventurati nel climbing. A dire il vero la mia specialita' e' sempre l"Aulin Climbing, cioè' che prendi due Aulin quando hai finito. 

Pero' che bellezza vedere i sorrisi di Figlio1 e Figlio2 alla fine delle scalate.....