venerdì 5 agosto 2022

CRONANCA DI UNA MORTE ANNUNCIATA


La prossima volta che mi viene un'idea cosi' bella preferisco andare sotto un tram......

giovedì 4 agosto 2022

domenica 31 luglio 2022

GIUDA MEZZA ROUTA E IL MISTERO DELLA DOPPIA MADONNA


Il mio socio, noto come Giuda, per lo scatto a sorpresa che mi ha fatto mille anni fa su una salita a Maiorca, e ancor più noto come Mezza Ruota per la sua particolarità di stare sempre davanti mezza ruota quando usciamo in bici, mi fa vedere le antenne di Passo Penice a una distanza di un anno luce, come da foto, e mi dice oggi andiamo su per di la'. E andrebbe tutto abbastanza bene ma al passo vedo la classica statua della Madonnina e penso finalmente siamo arrivati. E invece no, ci sono ancora altri 4 km con una pendenza da urlo perché poi appare la chiesa della stessa.

giovedì 21 luglio 2022

io non ringrazierò mai abbastanza lo sport


 io non ringrazierò mai abbastanza lo sport, perché mi ha fatto fare tanta fatica ma ho anche visto panorami unici, sentito profumi, ascoltato silenzi di posti bellissimi. 
PS la strada passa nella cascata....



mercoledì 20 luglio 2022

SOPRA LE NUVOLE


Grazie insonnia, oggi mi hai svegliato prima dell-alba. E quindi sono uscito in bici quando il sole era ancora dietro le montagne. Solo io e il Re, lo Stelvio. 20 km di salita nel silenzio più assoluto, non solo senza macchine o moto, anche senza bici. Solo un giapponese, che come me, deve aver vissuto una esperienza zen.

Unica nota negativa - io mi ricordavo 21 tornanti, invece quando ho visto il primo cartello che ne prometteva 39, mi sono messo a piangere

mercoledì 13 luglio 2022

IO NON HO MAI VISTO UNA TAPPA DEL TOUR COME QUELLA DI OGGI


da Bidon:
UNO DI QUEI GIORNI - Come molte delle cose che ci rendono più sopportabile la vita, il pomeriggio di ciclismo più luminoso degli ultimi anni comincia con le sagome affiancate di Wout van Aert e Mathieu van der Poel. Si guardano, si scambiano un cenno d’intesa, poi attaccano: in coppia, al chilometro zero, con la complicità che appartiene solo ai rivali. È un presagio, l’annuncio di una gioia che sarà per tutto il popolo: oggi è uno di quei giorni, oggi si fa la storia.
Ce la ricorderemo, l’undicesima tappa del Tour 2022, per una serie talmente lunga di ragioni che provare a metterle in ordine è impresa persa in partenza. Raramente in questi anni ci era capitato di trovarci di fronte a una corsa capace di condensare in poco più di quattro ore tutto quello che un giorno ci fece innamorare di questo sport, e che nei 151 chilometri tra Albertville e il Col du Granon abbiamo ritrovato sublimato, trasfigurato nella luce bianca delle Alpi e offertoci a piene mani. E ci siamo innamorati un’altra volta, e ci siamo detti che questo nostro tempo è un tempo balordo, è un tempo grigio e spaventoso, però abbiamo pur sempre le stelle in cielo, e le biciclette su per le montagne.
L’undicesima tappa del Tour è la bellezza dei piani quando si realizzano, delle tessere quando s’incastrano e vanno a comporre il disegno – e che disegno. Dalla Jumbo-Visma spiegano che ce l’avevano in mente da mesi questo progetto razionale e folle a un tempo. Razionale perché l’unico modo per scalfire la presunta inattaccabilità di Pogačar era sfruttare la chiara superiorità di squadra e il vantaggio di schierare due leader contro uno solo, e folle perché i due leader si sono lanciati molto prima del previsto nell’esecuzione del loro compito, come incapaci di attendere i tempi proverbiali della goccia che perfora la pietra.
Mancavano ancora 70 chilometri al traguardo, il Col du Télégraphe non era terminato e Benoot pilotava Roglič verso il primo di una serie di attacchi frontali alla maglia gialla. Allunghi insistiti, brevi ma ripetuti, che prevedevano, per il modo e il luogo in cui venivano portati, due soli esiti possibili: l’effettivo indebolimento dell’avversario oppure, più verosimilmente, l’autodistruzione. La sequenza di sette-otto allunghi, senza precedenti a nostra memoria, in cui Roglič e Vingegaard si sono alternati fino alle prime rampe del Galibier, il primo accelerando non appena il tentativo del secondo veniva neutralizzato da Pogačar e viceversa, poggiava infatti sul pilastro principe di ogni impresa: l’accettazione dell’ipotesi del fallimento. Non il rifiuto di esso, ma la realizzazione che talvolta la via migliore per raggiungere un obiettivo è correre il rischio di perdere tutto.
In questa prospettiva di totale indifferenza all’onta della sconfitta viene spontaneo ripensare all’attacco sconsiderato (e fallito) di Van Aert il giorno di Longwy: quella era una specie di prova generale, l’affinamento di un approccio che dal campione belga si è trasferito per osmosi ai suoi compagni di squadra. La Jumbo-Visma è venuta a questo Tour con l’idea di addomesticare l’improbabile e trasformarlo in inevitabile. Prima o poi succede.
L’undicesima tappa del Tour è allora anche il trionfo del ciclismo in quanto sport di squadra. Dell’accelerazione di Benoot quando ha lanciato Roglič la prima volta, ma soprattutto dei suoi innumerevoli recuperi: di tutte le volte che, sfruttando una parentesi di tregua nella zuffa tra i migliori, rientrava su di loro e, nel dubbio, si rimetteva davanti, guardava Soler – il suo equivalente nella compagine rivale – e tirava un altro po’. È la giusta celebrazione di Kruijswijk e Kuss, meno appariscenti di Benoot eppure ugualmente decisivi: un cambio in testa quando occorreva, una ricucitura, soprattutto il peso psicologico del semplice esserci, di far trovare ai capitani volti amici intorno a sé, dell’essere in molti quando si resta in pochi.
È, ancora, la necessaria ricompensa per i due satelliti lanciati nella fuga del mattino e ritrovati puntualmente per strada, ciascuno arruolabile al bisogno: Laporte e soprattutto Van Aert, il giganteggiante Van Aert che nel lungo fondovalle tra il Galibier e l’attacco del Granon si è incaricato di riportare Roglič e mezza Groupama sul gruppo maglia gialla e poi, non pago, di scandire il ritmo fino ai meno dieci dall’arrivo. Ed è il sorriso di Roglič mentre tagliava il traguardo, in ritardo di undici minuti rispetto a Vingegaard ma incapace di nascondere l’intimo godimento per il lavoro svolto e anche per la sua personale rivincita, per quanto parziale e ottenuta per interposta persona.
Veniamo dunque all’interposta persona. Perché nei giorni memorabili del ciclismo, come a fare da indispensabile complemento alla sua essenza comunitaria, si staglia sempre un eroe solitario, colui che ci ricorda che a un certo punto si rimane soli – si deve rimanere soli – e che oggi aveva le fattezze eteree di Jonas Vingegaard, figlio di Claus e Karina ma soprattutto del vento, delle raffiche del nord che l’hanno forgiato quando, ragazzino, immaginò che con la bicicletta avrebbe avuto più fortuna che col calcio: talmente minuto che nessuno gli passava la palla. Ha scoperto che la sua leggerezza poteva essere una benedizione, nel ciclismo. Per due anni ha alternato la bici a un impiego nel porto di Hanstholm, nord della Danimarca, dove inscatolava tutte le mattine filetti di sogliola. È andato a cercarsi le salite, prima in Italia e poi in Francia, vacanze a Bourg-Saint-Maurice per introdursi a Monsieur Galibier, a Madame Alpe d’Huez.
Ha attaccato a quattro chilometri e mezzo dalla cima del Granon, in uno dei tratti meno appariscenti di una salita tutta uguale, tutta brutta e cattiva. Un primo allungo, la mancata risposta di un Pogačar che preferisce rimanere a ruota di Majka, un’idea che si fa strada: la consapevolezza, come ha scritto Daniel Mason parlando di boxe, di chi ha lavorato alla demolizione delle navi e ha imparato a riconoscere il colpo di mazza, all’apparenza innocuo, che precede quello decisivo.
Quello decisivo Vingegaard lo piazza immediatamente dopo, quando la non-replica di Pogačar cessa di essere episodio spurio e si fa principio di crisi. Vingegaard va. Supera di slancio Barguil, ultimo dei fuggitivi del mattino, corridore ridotto a pendolo: ondeggia al suo collo la catenina, ondeggia il filo della radiolina che purtuttavia lo incita, ondeggia il suo capo e ondeggia tutta la sua figura in una sorta di danza disarticolata. Poi è la volta del sorpasso a Quintana e Bardet, i primi a evadere dal gruppetto maglia gialla e altri vincitori di giornata, rispettivamente quinto e secondo della nuova generale.
Poi basta: Vingegaard non ha più nessuno davanti, solo tifosi ai lati, tifosi e grandi massi distribuiti senza particolare criterio sull’erbaglia che domina la parte finale del Granon, questo regno respingente in cui il danese fa il suo ingresso con occhi chiari e labbra sottili, lunga fessura su un volto smunto, netto, come intagliato nel ghiaccio. Non si alza quasi mai su pedali, ma procede efficace. Si prende tappa, maglia, una bella fetta di Tour. Un minuto rifilato a Quintana, più di un minuto a tutti gli altri, addirittura 2 e 51 a Pogačar, superato anche da Thomas, Gaudu e Yates e sprofondato nella mezz’ora più complicata della sua giovane carriera.
Giorni e giorni a chiederci se avesse punti deboli. Se fosse attaccabile, e come e dove. Se non stesse spendendo troppe energie, se la sua squadra fosse davvero all’altezza. Fiumi di parole versati nel tentativo di cavar pronostici dalla mini incertezza sulla Planche des Belles Filles (era dunque un indizio?), di corroborare la speranza che questa corsa avesse ancora qualcosa da dire, che il ciclismo dei prossimi dieci anni avesse qualcosa da opporre a un fenomeno senza punti deboli. E poi in mezza salita si rovescia tutto.
L’undicesima tappa del Tour è allora soprattutto la caduta dell’eroe: l’umanità si impadronisce di un volto per la prima volta sofferente, il mantello dorato di invincibilità rimpiazzato da una maglia gialla sottile, sventolante, sempre meno ancorata a una carne che scopriamo umana, e se da un lato ci conforta il disvelamento del limite (sempre ci affratella l’inatteso insorgere delle difficoltà), dall’altro un poco ci scuote l’incantesimo spezzato, l’evaporare del miraggio della perfezione, del mito dell’atleta senza punti deboli, superiore a ogni avversità.
Ma è una malinconia passeggera, portata via dalle parole che Pogačar scandisce poco dopo aver ritrovato il sorriso ed essersi complimentato con Vingegaard, annunciando che il Tour non è finito, che faremmo bene a tenere lo spirito saldo, pronti a nuovi pomeriggi nella centrifuga: «Domani attaccherò».
Testo: Leonardo Piccione
Foto: Tornanti.cc



 

domenica 10 luglio 2022

COME IN UNA SPA A PORTOFINO


 Una delle mie tante malattie mentali vuole che io esca in bici sempre nell-ora più calda. Stamattina invece sono uscito alle 6 di mattina e mi sembrava di essere in una spa a Portofino invece che a correre le strade dell-inferno. 

venerdì 1 luglio 2022

CHE SOMARO


 Incomincia a piacermi molto la mtb, a parte la spada che mi si e' infilata nella schiena appena finito......Ma la più bella e' che mentre tornavo non riuscivo a far scattare la tacchetta in un pedale, avrò provato 300 volte per poi accorgermi alla fine che l'avevo persa.

martedì 28 giugno 2022

OGGI IN TANDEM


 oggi sono uscito in bici in due: io e il mio OCD (obsessive compulsive disorder). E' andata bene, ha spinto lui da matti. Era da un po' di tempo che non si faceva sentire. Bisogna sempre tenere la guardia alta....... come lascio' scritto quel pugile.

domenica 19 giugno 2022

IN PENSIONE


Chi fa sport di resistenza e' abituato a passare ore e ore con se stesso, in silenzio. E' uno spazio unico e mistico. Solitudine per ore e silenzio, solo i tuoi pensieri.

PERO' quando vai in pensione questo tempo si dilata enormemente e forse dei giorni hai troppo tempo in silenzio, con te stesso. Mi sa che bisogna allenarsi anche a questo.

giovedì 16 giugno 2022

I FILM CHE TI CAMBIANO LA VITA (sportiva)


"Il paradiso può' attendere" ha innescato il mio primo e infinito amore per il football americano, "Rocky" quello che ti fa venire voglia di allenarti anche se sei sotto il treno (la canzone paparapapaparapapa e' ancora adesso nella mia playlist Potente), "Un mercoledì' da Leoni" quello per il windsurf (le onde al Lido di Spina non sono mai state un granché). Non credo che mi metterò' a giocare a basket a 56 anni pero' Hustle entra di prepotenza nei top 4.

"....NON E' L'ULTIMO TIRO CHE CONTA, E' IL PROSSIMO...."

martedì 14 giugno 2022

LA CULTURA TOSSICA DEI CICLISTI


Lo so che mi vuoi far capire che vai più forte di me, ma se mi superi sul cavalcavia e tieni una mano sul manubrio e con l'altra balli a ritmo per farmi vedere che non fai nessuna fatica, per me sei veramente un asino.

sabato 11 giugno 2022

FUORI TEMA - pero' e' troppo bella

 

Stefano Zucchelli (il mio coach e' anche un poeta) è con Lorenza Ferrari.

Siamo in macchina, tornando da un pranzo in campagna, a casa di amici.
Manca un'ora al tramonto, le ombre dei pioppi sono lunghe sulla strada blu.
Hai gli occhi chiusi, forse dormi, forse ti rilassi. Finalmente.
Io guido piano, per non svegliarti e perché quest'attimo non sia fuggente come tutto il resto.
E il tempo si fa relativo, si stende piano sul letto del mondo, come la notte di un sabato d'estate.
Come se guidassi una De Lorean.
E invece, se guardo l'orizzonte arancione, mi ritrovo tra le mani il volante della mia A112. Tu sei comunque lì, che dormi sul sedile a fianco. Stanca dopo una giornata al mare, la pelle che scotta e assorbe la luce obliqua.
È l'estate del 1986, forse.
Siamo noi cinquantenni che ci rivediamo nel passato, o siamo noi ventenni che ci specchiamo nel futuro?
In questa sera di giugno nulla è chiaro, salvo il cielo.
È un varco nel tempo, che si è aperto all'improvviso.
Siamo contemporaneamente nell'86 e nel 2022. Mentre dormi, guardo noi due da quasi quarant'anni di distanza, senza capire chi sta guardando chi.
Mi accorgo che quello che volevo, se pur non meritato, l'ho ottenuto: sei ancora su quel sedile, a fianco a me.
Ti guardo con la.coda dell'occhio, non ti sei accorta di nulla.
O forse sì.

mercoledì 8 giugno 2022

OGNI FINE E' UN INIZIO


 E' da diverse settimane che faccio finta di star bene ma il male alla schiena e al collo non se ne va. Il mio coach e L, amore della vita mia, mi convincono a farmi vedere da uno bravo (cosa che dicono per la testa da moltissimo anni). Visto il fisio e il dottore con la peggiore delle diagnosi: stare fermo per un po' e prendere queste medicine miracolose e narcotizzanti. In più il mio vero problema e' la POSTURA per cui neanche un carrozziere potrebbe rimettermi in asse. Bene