DA MATTEO TESSAROTTO
"Milano, Naviglio Grande, ore 7:15 di un sabato mattina.
Il cielo è grigio, cade quella pioggia sottile e fastidiosa e la città dorme ancora. Mentre mi dirigo verso l’aula per tenere una giornata di docenza, protetto da cappuccio e ombrello, trascinando il mio trolley giallo con lo zaino in spalla, noto qualcosa che mi colpisce. Non sono solo. I marciapiedi sono popolati. Non da lavoratori assonnati o da chi rientra dalla serata precedente, ma da loro: i runner.
Imperterriti, con tute aderenti e tessuti fluo che sfidano il grigiore milanese, corrono. Corrono sotto la pioggia, di sabato mattina.
In quel momento faccio un pensiero che ha il sapore del paradosso. Passiamo la settimana a lamentarci. La vita frenetica ci opprime, le scadenze ci inseguono, non abbiamo tempo per respirare. Usiamo l’espressione “sono sempre di corsa” come un mantra da stress mentre sogniamo la calma, la lentezza, il divano.
Eppure, appena abbiamo un momento libero, appena siamo padroni del nostro tempo, cosa scegliamo di fare? Ci mettiamo a correre.
Perché, se la corsa è la metafora del nostro stress quotidiano, la scegliamo come via al benessere?
La differenza tra “dovere” e “scegliere”
Credo che la risposta non risieda nell’atto fisico della corsa, ma nella scelta. Durante la settimana, siamo “di corsa” perché qualcun altro o qualcos’altro ha stabilito il ritmo. Il cliente che chiama, il capo che chiede, l’orologio che ticchetta, il treno che parte. Quella è una corsa subita. È una corsa in cui siamo passeggeri del nostro stesso affanno.
Il runner del sabato mattina, invece, sta compiendo un atto di riappropriazione. Nessuno lo sta inseguendo. Nessuno gli ha ordinato di farlo. Sceglie lui il ritmo. Sceglie lui la distanza. Sceglie lui quando fermarsi.
Lo psicologo Julian Rotter ha definito questo fenomeno come locus of control: quando percepiamo di non avere controllo sugli eventi (locus esterno), sperimentiamo stress e impotenza. Quando invece siamo noi a decidere (locus interno), sperimentiamo padronanza e benessere. La corsa volontaria ribalta la percezione, restituendoci il controllo.
La Teoria dell’Autodeterminazione di Edward Deci e Richard Ryan (di cui ho recentemente parlato, anzi scritto) va ancora più a fondo: dimostra che la motivazione intrinseca – fare qualcosa per piacere personale – genera benessere autentico, mentre la motivazione estrinseca – fare qualcosa per pressione esterna – produce alienazione e svuotamento. Il runner del sabato mattina incarna questa differenza fondamentale.
In un mondo professionale dove spesso ci sentiamo in balia degli eventi, la corsa volontaria è la massima espressione del controllo. Corro non perché devo scappare da qualcosa, ma perché voglio andare verso qualcosa. O forse, semplicemente, corro per sentire che sono io a decidere la velocità delle mie gambe.
Correre verso il traguardo
C’è un altro aspetto fondamentale. Nella vita lavorativa, la “corsa” sembra non finire mai. Chiudi un progetto e se ne apre un altro, risolvi un problema e ne arrivano due. Il traguardo è mobile, sfumato, a volte invisibile. Questa è la vera fonte dello stress: correre senza vedere la fine.
La corsa sportiva, invece, ha regole oneste. Decidi di correre 5 km, 10 km, un’ora. C’è un inizio, c’è una fine, c’è una doccia calda dopo e magari un ristoro, una birra fresca. La fatica ha un senso compiuto, un perimetro definito. È una fatica che finisce e che ti restituisce un risultato immediato e tangibile.
Mihaly Csikszentmihalyi ha parlato del concetto di flow, quello stato di immersione totale in un’attività. La corsa sportiva, con il suo inizio definito, la sua fine misurabile e i suoi progressi tangibili, è un’attività “autotelica”: ha senso in sé, genera soddisfazione intrinseca. È l’esatto opposto della corsa lavorativa che sembra non finire mai, dove i confini si dissolvono e il senso di completamento sfugge.
Rispetto a questo, il neuroscienziato Robert Sapolsky ci aiuta a comprendere meglio questa distinzione: lo stress acuto, breve, controllato, con un inizio e una fine, può essere addirittura benefico per l’organismo. È lo stress cronico, prolungato, incontrollabile, senza risoluzione, a essere dannoso. La corsa del sabato è stress acuto: sfida il corpo ma si conclude. La corsa lavorativa è stress cronico: un’attivazione continua senza mai una vera pausa rigenerante.
Forse non odiamo la fatica, odiamo l’assenza di senso
Guardando quei runner sotto la pioggia di Milano, forse ho capito una cosa. L’essere umano non è pigro. Non odia la fatica. Anzi, la cerca. Siamo disposti ad alzarci all’alba e sudare sotto la pioggia se quella fatica ha un senso per noi, se l’abbiamo scelta, se genera energia, ci fa sentire vivi e padroni di noi stessi.
Ricerche neuroscientifiche recenti suggeriscono che la fatica non è solo uno stato fisiologico, ma anche un segnale emotivo che il cervello usa per comunicare “questo sforzo non vale la pena”. Quando scegliamo volontariamente lo sforzo, quando gli attribuiamo un significato, il cervello cambia radicalmente la sua valutazione: la fatica diventa sopportabile, persino piacevole. Diventa il prezzo accettabile di qualcosa che ci sta a cuore.
Il paradosso, quindi, è solo apparente. Ci lamentiamo di essere “di corsa” non perché non ci piaccia muoverci o faticare, ma perché vorremmo essere noi a decidere la direzione, il ritmo, il senso di quella corsa.
Forse in tutto questo c’è una lezione da apprendere
Forse la lezione è proprio questa: per smettere di soffrire la frenesia della settimana, non dobbiamo necessariamente fermarci. Dobbiamo, metaforicamente, allacciare le scarpe e iniziare a correre al nostro ritmo, trasformando la corsa da una necessità imposta a una scelta consapevole.
Dobbiamo chiederci, ogni volta che ci sentiamo “di corsa”: chi sta decidendo il mio ritmo? Chi ha definito questo traguardo? Questa fatica ha un senso per me o sto semplicemente reagendo alle richieste esterne?
Perché alla fine, quei runner sotto la pioggia milanese non stanno semplicemente facendo esercizio fisico. Stanno praticando un atto di libertà. Stanno dicendo al mondo: per un’ora, sono io che decido.
E forse è proprio questo che tutti cerchiamo: non la lentezza in sé, ma la possibilità di scegliere quando accelerare e quando rallentare. Non l’assenza di fatica, ma la certezza che quella fatica abbia un senso che riconosciamo nostro.
Secondo me la domanda non è se correre o fermarsi. La domanda è: chi tiene in mano il cronometro?"