DA ROMOLO RANIERI
"Ogni tanto penso al ruolo che amo fare in barca. Al perché, dopo tanti anni, continui ancora a piacermi. Al perché continui ad alimentare la mia passione per il navigare e per l’allenarmi ogni giorno, anche quando farlo può essere veramente difficile.
Forse la risposta sta in una sensazione molto semplice.
Quella che arriva a fine giornata quando sai di avere dato tutto.
Quando senti di avere fatto la tua parte.
E quando questo non succede, invece di cercare una scusa, ti chiedi perché.
Cerchi di capire cosa è mancato.
E il giorno dopo provi a fare meglio.
Per me essere grinder parte da qui.
C’è un piccolo equivoco che accompagna da sempre questo ruolo.
Molti pensano che basti essere forti. Che bastino spalle larghe, braccia potenti e qualche chilo di muscoli in più degli altri.
La forza conta, certo.
Ma raramente è ciò che distingue davvero un buon grinder.
Servono competenze veliche, spesso costruite in anni di esperienza. Chi arriva dalla vela le sviluppa naturalmente. Chi proviene da altri sport deve conquistarle con pazienza, umiltà e tempo.
Servono sensibilità, capacità di leggere una situazione, di capire cosa sta per succedere e di essere pronti quando serve.
Perché un grinder non è semplicemente forza applicata a una maniglia.
È energia messa al servizio della barca e della squadra.
Poi arriva tutto il resto: disponibilità, responsabilità, voglia di imparare, capacità di fare bene anche quei lavori che nessuno vede.
Forse è proprio per questo che i grinder arrivano dalle storie più diverse.
Ho navigato con velisti cresciuti sulle derive, con atleti provenienti da altri sport, con giovani cyclor delle nuove generazioni di foiling boat e con plurivincitori di Coppa America.
Percorsi completamente diversi.
Eppure, guardando indietro, mi accorgo che ciò che ricordo di più non sono i risultati, i numeri o i watt prodotti.
Ricordo soprattutto chi erano.
Perché il grinder non è soltanto quello che produce energia per la barca.
Spesso è quello che si accorge che manca l’acqua a bordo.
Che il cibo non è stato caricato.
Che qualcuno è ancora impegnato a finire il proprio lavoro e avrà bisogno di mangiare quando tutti gli altri avranno già finito.
Sono dettagli.
Ma è proprio nei dettagli che spesso si riconoscono le persone migliori.
Con il tempo alcuni diventano velisti più completi, altri si specializzano nei sistemi, altri assumono ruoli organizzativi o manageriali, altri restano grinder per tutta la carriera.
Ma ciò che conta davvero non è dove arrivano.
È come ci arrivano.
Ricordo ancora una frase di Massimo Galli, “Centu”, il mio primo compagno nella mia prima esperienza di Coppa America.
Diceva che per fare il grinder non bastava essere intelligente.
All’epoca non ne comprendevo fino in fondo il significato.
Oggi sì.
Perché non bastano l’intelligenza, la forza o il talento.
Servono umiltà, affidabilità, disponibilità.
Serve la capacità di fare il proprio lavoro senza il bisogno continuo di dimostrare qualcosa.
Negli anni ho scoperto che fare il grinder è stato molto più di un ruolo a bordo.
Mi ha insegnato a osservare meglio i valori degli altri e il modo in cui stanno dentro una squadra.
Ed è forse questa la lezione più bella.
Perché a un certo punto capisci che le qualità che rendono preziosa una persona in barca sono spesso le stesse che la rendono preziosa nella vita.
Quando qualcuno non mette il proprio ego davanti al gruppo.
Quando ha il coraggio di dire: “Ho sbagliato”.
Quando rimane sincero anche quando la verità è scomoda.
Quando non sparisce nei momenti difficili.
Quando sai che, se ne avrai bisogno, ci sarà.
Durante le campagne di Coppa America a cui ho partecipato mi è capitato di occuparmi della selezione di diversi grinder.
E quasi sempre mi ritrovavo a farmi la stessa domanda.
Me lo porterei in battaglia?
Mi sentirei più tranquillo sapendo di averlo al mio fianco?
Non era una domanda tecnica.
Era una domanda umana.
Perché la competenza è importante.
Ma la fiducia lo è ancora di più.
Naturalmente qualche volta ci si sbaglia.
Fa parte dell’esperienza.
Fa parte dell’imparare a conoscere le persone.
Guardando indietro, mi accorgo che quelle che ricordo di più non sono necessariamente le persone che producevano più watt.
Sono quelle che miglioravano il gruppo.
Quelle che facevano sentire migliori le persone accanto a loro.
Quelle che davano l’esempio senza avere bisogno di proclamarlo.
Quelle su cui si poteva contare.
Quando c’era da lavorare.
Quando c’era da sacrificarsi.
Quando c’era semplicemente da esserci.
Perché dopo migliaia di ore passate ad allenarsi, a spingere quando si è stanchi e a lavorare quando nessuno guarda, si capisce una cosa.
Il grinder non è quello che gira le maniglie. Il grinder è quello su cui la squadra sa di poter contare. Sempre.
Forse è per questo che continuo ad amare questo ruolo. Non per le maniglie. Non per i numeri. Non per la fatica. Ma per ciò che mi ha insegnato sulle persone.
Perché alla fine la forza non è la qualità più rara. L’affidabilità sì. E quella vale in barca, nello sport e nella vita".