sabato 7 marzo 2026

Perché corriamo per hobby quando ci lamentiamo di essere sempre di corsa?


 DA MATTEO TESSAROTTO


"Milano, Naviglio Grande, ore 7:15 di un sabato mattina.

Il cielo è grigio, cade quella pioggia sottile e fastidiosa e la città dorme ancora. Mentre mi dirigo verso l’aula per tenere una giornata di docenza, protetto da cappuccio e ombrello, trascinando il mio trolley giallo con lo zaino in spalla, noto qualcosa che mi colpisce. Non sono solo. I marciapiedi sono popolati. Non da lavoratori assonnati o da chi rientra dalla serata precedente, ma da loro: i runner.

Imperterriti, con tute aderenti e tessuti fluo che sfidano il grigiore milanese, corrono. Corrono sotto la pioggia, di sabato mattina.

In quel momento faccio un pensiero che ha il sapore del paradosso. Passiamo la settimana a lamentarci. La vita frenetica ci opprime, le scadenze ci inseguono, non abbiamo tempo per respirare. Usiamo l’espressione “sono sempre di corsa” come un mantra da stress mentre sogniamo la calma, la lentezza, il divano.

Eppure, appena abbiamo un momento libero, appena siamo padroni del nostro tempo, cosa scegliamo di fare? Ci mettiamo a correre.

Perché, se la corsa è la metafora del nostro stress quotidiano, la scegliamo come via al benessere?

La differenza tra “dovere” e “scegliere”

Credo che la risposta non risieda nell’atto fisico della corsa, ma nella scelta. Durante la settimana, siamo “di corsa” perché qualcun altro o qualcos’altro ha stabilito il ritmo. Il cliente che chiama, il capo che chiede, l’orologio che ticchetta, il treno che parte. Quella è una corsa subita. È una corsa in cui siamo passeggeri del nostro stesso affanno.

Il runner del sabato mattina, invece, sta compiendo un atto di riappropriazione. Nessuno lo sta inseguendo. Nessuno gli ha ordinato di farlo. Sceglie lui il ritmo. Sceglie lui la distanza. Sceglie lui quando fermarsi.

Lo psicologo Julian Rotter ha definito questo fenomeno come locus of control: quando percepiamo di non avere controllo sugli eventi (locus esterno), sperimentiamo stress e impotenza. Quando invece siamo noi a decidere (locus interno), sperimentiamo padronanza e benessere. La corsa volontaria ribalta la percezione, restituendoci il controllo.

La Teoria dell’Autodeterminazione di Edward Deci e Richard Ryan (di cui ho recentemente parlato, anzi scritto) va ancora più a fondo: dimostra che la motivazione intrinseca – fare qualcosa per piacere personale – genera benessere autentico, mentre la motivazione estrinseca – fare qualcosa per pressione esterna – produce alienazione e svuotamento. Il runner del sabato mattina incarna questa differenza fondamentale.

In un mondo professionale dove spesso ci sentiamo in balia degli eventi, la corsa volontaria è la massima espressione del controllo. Corro non perché devo scappare da qualcosa, ma perché voglio andare verso qualcosa. O forse, semplicemente, corro per sentire che sono io a decidere la velocità delle mie gambe.

Correre verso il traguardo

C’è un altro aspetto fondamentale. Nella vita lavorativa, la “corsa” sembra non finire mai. Chiudi un progetto e se ne apre un altro, risolvi un problema e ne arrivano due. Il traguardo è mobile, sfumato, a volte invisibile. Questa è la vera fonte dello stress: correre senza vedere la fine.

La corsa sportiva, invece, ha regole oneste. Decidi di correre 5 km, 10 km, un’ora. C’è un inizio, c’è una fine, c’è una doccia calda dopo e magari un ristoro, una birra fresca. La fatica ha un senso compiuto, un perimetro definito. È una fatica che finisce e che ti restituisce un risultato immediato e tangibile.

Mihaly Csikszentmihalyi ha parlato del concetto di flow, quello stato di immersione totale in un’attività. La corsa sportiva, con il suo inizio definito, la sua fine misurabile e i suoi progressi tangibili, è un’attività “autotelica”: ha senso in sé, genera soddisfazione intrinseca. È l’esatto opposto della corsa lavorativa che sembra non finire mai, dove i confini si dissolvono e il senso di completamento sfugge.

Rispetto a questo, il neuroscienziato Robert Sapolsky ci aiuta a comprendere meglio questa distinzione: lo stress acuto, breve, controllato, con un inizio e una fine, può essere addirittura benefico per l’organismo. È lo stress cronico, prolungato, incontrollabile, senza risoluzione, a essere dannoso. La corsa del sabato è stress acuto: sfida il corpo ma si conclude. La corsa lavorativa è stress cronico: un’attivazione continua senza mai una vera pausa rigenerante.

Forse non odiamo la fatica, odiamo l’assenza di senso

Guardando quei runner sotto la pioggia di Milano, forse ho capito una cosa. L’essere umano non è pigro. Non odia la fatica. Anzi, la cerca. Siamo disposti ad alzarci all’alba e sudare sotto la pioggia se quella fatica ha un senso per noi, se l’abbiamo scelta, se genera energia, ci fa sentire vivi e padroni di noi stessi.

Ricerche neuroscientifiche recenti suggeriscono che la fatica non è solo uno stato fisiologico, ma anche un segnale emotivo che il cervello usa per comunicare “questo sforzo non vale la pena”. Quando scegliamo volontariamente lo sforzo, quando gli attribuiamo un significato, il cervello cambia radicalmente la sua valutazione: la fatica diventa sopportabile, persino piacevole. Diventa il prezzo accettabile di qualcosa che ci sta a cuore.

Il paradosso, quindi, è solo apparente. Ci lamentiamo di essere “di corsa” non perché non ci piaccia muoverci o faticare, ma perché vorremmo essere noi a decidere la direzione, il ritmo, il senso di quella corsa.

Forse in tutto questo c’è una lezione da apprendere

Forse la lezione è proprio questa: per smettere di soffrire la frenesia della settimana, non dobbiamo necessariamente fermarci. Dobbiamo, metaforicamente, allacciare le scarpe e iniziare a correre al nostro ritmo, trasformando la corsa da una necessità imposta a una scelta consapevole.

Dobbiamo chiederci, ogni volta che ci sentiamo “di corsa”: chi sta decidendo il mio ritmo? Chi ha definito questo traguardo? Questa fatica ha un senso per me o sto semplicemente reagendo alle richieste esterne?

Perché alla fine, quei runner sotto la pioggia milanese non stanno semplicemente facendo esercizio fisico. Stanno praticando un atto di libertà. Stanno dicendo al mondo: per un’ora, sono io che decido.

E forse è proprio questo che tutti cerchiamo: non la lentezza in sé, ma la possibilità di scegliere quando accelerare e quando rallentare. Non l’assenza di fatica, ma la certezza che quella fatica abbia un senso che riconosciamo nostro.

Secondo me la domanda non è se correre o fermarsi. La domanda è: chi tiene in mano il cronometro?"






mercoledì 25 febbraio 2026

How Many Years Do I Have Left?


Quanti anni mi rimangono per continuare a allenarmi cosi'? L'hanno chiesto a Lionel Sanders, cavallo pazzo del triathlon e mio grande amore. Mi sono depresso inizialmente, andare in bici quando e quanto voglio, correre, nuotare, giocare a tennis: forse cinque, sei al massimo per me. Sessantasei?
E poi mi e' venuta in mente la scena finale di blade runner, quando Deckard si chiede quanto durera' il suo amore Rachel e conclude dicendo:


" non si sapeva quanto saremmo stati insieme... ma chi è che lo sa!!"

venerdì 20 febbraio 2026

E' UN'IDEA TERRIBILE. A CHE ORA CI TROVIAMO?


 Lo faccio io, se lo fai anche tu.....buon compleanno Ironman

lunedì 16 febbraio 2026

CAMUS, UNO DI NOI


ESC - Every Step Counts - un grande podcast che in questa puntata e' andato oltre. 
Bravi: un parallelo tra il mito di Sisifo e la corsa (o la palestra):

"Il problema?
Il problema non è che il masso rotola giù.
Il masso rotolerà sempre giù.
Il problema è che noi siamo ossessionati dal traguardo, ci hanno insegnato che lo sport si fa per ottenere qualcosa.
Si corre per la medaglia, si va in palestra per la prova costume, si fatica per il record.
Viviamo proiettati nel futuro, viviamo aspettando di arrivare e così il presente diventa solo un fastidio, un ostacolo tra noi e la felicità.

Ma se il traguardo non esistesse?

Se la medaglia fosse quello che realmente è, ossia solo un pezzo di metallo che alla fine finisce in un cassetto?
Se la forma perfetta fosse destinata a svanire comunque?
Allora ci resta solo una cosa, ci resta il masso.
Ci resta questo preciso momento, il respiro che stai facendo ora, il passo che stai facendo ora.
Ci resta la dignità immensa di essere lì, sulla china della montagna, a spingere non per arrivare da qualche parte, ma perché spingere ci fa sentire vivi, perché opporsi alla gravità è l’unico modo che abbiamo per dire all’universo.

Io ci sono e io resisto.

Camus analizza questo mito e alla fine del suo libro scrive una frase illuminante.
Dopo aver descritto tutta la sofferenza, tutta la polvere, tutta la frustrazione di quest’uomo condannato a non arrivare mai, Camus dice, bisogna immaginare Sisifo felice.
Felice come può essere felice un uomo condannato a una fatica inutile ed eterna Sisifo?

È felice perché ha capito il segreto, ha capito che la cima non conta.
La cima è un’illusione, il traguardo è un’illusione.

Se si spingesse il masso solo per arrivare in vetta sarebbe disperato perché non ci arriverà mai.
Ma se sì, sì, poi impara ad amare la spinta.
Se sì, sì. Trova il senso della sua esistenza non nel risultato, cioè il masso in cima, ma nell’azione

Allora Sisifo è invincibile.

Allora Sisifo è superiore agli dei che lo hanno punito, gli dei che volevano vederlo soffrire per la mancanza di un risultato.
Lui invece sorride perché il risultato è la lotta stessa.
Camus infatti scrive, 

La lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo.

Ecco la chiave per quando la motivazione finisce".

mercoledì 4 febbraio 2026

UN VECCHIO NEMICO


 Da ragazzino grasso e scoordinato e lento ho avuto una grande passione per il tennis. Erano gli anni di Panatta, meravigliosi anni della Coppa Davis. Io facevo chiaramente schifo. Natura Matrigna. Pero' ricordo diverse estati, migliaia di ore, passate contro un imbattibile avversario: il muro del cortile del condominio dove vivevo. Ghiaia per terra per i rimbalzi piu' imprevedibili tipo palla magica, una riga sottilissima e storta tirata con il gesso come rete, ma mi ricordo che li' ho giocato sicuramente alcune finali di Wimbledon nella mia testa. 

E adesso ne ho ritrovato uno, qui dove vivo adesso. Ieri sono andato a sfidarlo. Che meraviglia. Anche se sono sempre negato e ho perso ancora una volta.

lunedì 2 febbraio 2026

MI SONO DIVERTITO PIU' IO DEI BAMBINI


Oggi l'ondata di freddo dell'est atlantico e' arrivata anche qui. 
Per cui dopo 12 anni di Amsterdam (in cui non avevamo l'auto) nella vita normale, e uscivo in bici da corsa tutto l'anno, non ho piu' voglia di freddo. 
Idea geniale: prendo figlio 2 di 11 anni e 3 suoi amici e andiamo a Vertical Miami, palestra di roccia bellissima. Alla fine ero io quello che non voleva andare piu' via. 
L'unico problema e' che non sapevo come catalogarlo nel Garmin (....ma poi l'ho trovato...).

domenica 25 gennaio 2026

MOLTO PIU' DURO DELL'IRONMAN


 Nei giorni scorsi non mi sono allenato perche' ho affrontato l'ennesimo trasloco (credo il ventitresimo se ho contato bene...). A son straza'.

giovedì 8 gennaio 2026

IL MIO COACH IN REALTA' E' UNO SCRITTORE

 

Ho corso tanto.

A questo pensavo qualche giorno fa, mentre salutavo le vacanze siciliane correndo la prima ora del mattino, accompagnato dai profumi di mare e di pineta, poco prima di prendere l'aereo.

Ho corso quando mio padre mi fece la prima pera di endorfine, sulla Mura com'è giusto, avevo dodici anni e il fiato corto, e mi dissi mai più.
Ho corso per le strade buie della mia città, negli anni di piombo e in quelli d'oro, quando ancora la gente rideva e ti gridava dietro. Capre che non siete altro, adesso siete tutti lì sudati a ciabattare.
Ho corso guardando Tavolara, per preparare le stagioni di football, gli scatti sulla sabbia di farina di Brandinchi, il suono delicato delle onde turchesi, mirto nell'aria e nessuno in vista per chilometri.
Ho corso nel mio bosco sotto Plan de Corones, saltando sui sassi i ruscelli del Rienza, gli scoiattoli fulvi con le loro nocciole, il tappeto soffice quando la neve si ritira e gli abeti odorano di primavera in arrivo.
Ho corso l'alba rossa del deserto d'Arizona, tra saguaro alti come totem navajo, e roadrunner nervosi ai bordi del sentiero che facevano "beep! beep!".
Ho corso a Monkey Mia, dall'altra parte del mondo, o forse era proprio un altro pianeta, dalla collina vedevo i delfini giocare con gli umani nell'acqua grigia e piatta della baia.
Ho corso nella foresta di Bryce Canyon, un rumore pesante mi seguiva tra gli alberi, avevo paura fosse un grizzly incazzato, e invece erea un alce pacioso, grande come un camion.
Ho corso sullo Strip di Vegas, dove i casino finiscono e the streets have no name, un barbone col carrello mi ha dato un cinque, un pazzo dietro vetri neri pompava il V8 di una vecchia Corvette Trans-Am.
Ho corso a Roth, un non luogo, dopo aver messo giù la bici la benzina era finita, finita, poi ho mangiato una fetta di cocomera magica e, nonsocomecazzo, ne ho stampati 42.195 senza mai fermarmi.
Ho corso sul fottuto lungomare di Nizza, sull'orlo del collasso, coi piedi piagati e la cupola del Negresco che sembrava sempre più lontana, poi ho incrociato Papi, una risata e son guarito.
Ho corso quell'ultimo chilometro di sogno a Klag, tutti si allungavano sulle transenne per toccarmi la mano, e mio padre stavolta mi guardava dal cielo, sorridendo.

Ho corso ovunque sono stato, imprimendomi i luogi nel profondo, e migliaia di miglia nelle campagne attorno a casa, innamorandomi ogni volta della luce sghemba di albe e tramonti.
Ho corso con i miei amici, sulla Mura o impegnati in qualche gara, sempre sparando cazzate.
Ho corso con Sciffo al fianco, cane pazzo, nel Parco Urbano ancora senza nome, e ho corso con Wally, cane gentiluomo, i cui occhi gentili parlano meglio di mille parole.

Soprattutto ho corso solo con me stesso, un milione e mezzo di volte, ma non ho mai provato solitudine, abbandono o tristezza.
Semmai, li ho guariti.


da NO EASY WAY OUT

 

martedì 6 gennaio 2026

"La tua più grande vittoria in questo 2026 non sarà ciò che otterrai, ma chi diventerai mentre guarisci le tue battaglie invisibili"


"Mi vedi oggi, con 28 medaglie appese al collo e il titolo di miglior atleta di tutti i tempi inciso sui libri. Vedi lo "Squalo di Baltimora", ma la mia realtà è stata un uomo distrutto nel 2014, chiuso nella sua stanza desiderando che il mondo si fermasse.

Ricordo l'odore di cloro misto al sapore amaro della disperazione nelle mie notti peggiori. Ero l'idolo mondiale che, dopo aver toccato la gloria, sentivo solo un vuoto che nessun record poteva colmare.

Sentivo di non voler più essere Michael Phelps, il nuotatore; volevo solo smettere di sentire quel dolore al petto. Ho visto la mia vita crollare dopo un arresto per guida in stato di ebbrezza, mentre il mondo si aspettava che fossi invincibile.

Ho dovuto toccare il fondo della piscina, quello dove non c'è acqua e c'è solo silenzio, per capire che non era un pesce, ma un umano. Vivevo nel terrore della mia mente, convinto che il mio valore dipendesse solo dalla velocità delle mie braccia.

Decisi che se avessi imparato a conquistare l'oceano, avrei potuto anche imparare a conquistare i miei stessi demoni. Ho smesso di contare i secondi dell'orologio e ho iniziato a contare i giorni in cui mi permettevo di essere vulnerabile e chiedere aiuto.

Ho dovuto affondare completamente per capire che il successo senza pace mentale è solo una gabbia d'oro molto luminosa. Oggi, quando guardo le mie medaglie, non vedo metallo; vedo il promemoria che sono sopravvissuto alla tempesta più grande nella mia testa.

So che il mio più grande record non è stato un marchio mondiale, ma aver avuto il coraggio di dire "non sto bene" quando tutti pensavano che avessi tutto.

Vincere non ti guarisce; guarire è ciò che ti rende davvero un campione.

La tua più grande vittoria in questo 2026 non sarà ciò che otterrai, ma chi diventerai mentre guarisci le tue battaglie invisibili".

Michael Phelps

lunedì 5 gennaio 2026

PROPOSITI PER IL 2026: Morsi di cane e tempeste di neve a mezzanotte…


https://www.lumacagabi.com/alps-divide-resoconto/

Magellan aka Giuda Mezza Routa sta pianificando la nostra estate. Dai resoconti sembra gia' molto meglio della Transbalcan dove c'erano orsi e mine antiuomo.....

sabato 27 dicembre 2025

IN EFFETTI SENTIVO UN RUMORINO NEL CAMBIO.....


Oggi un'altra giornata di Dio, figlio 2 mi ha accompagnato a Cancano, lui con l'elettrica e io con quella normale. Sentivo un rumorino nel cambio per tutta la salita. A due km dall'arrivo guardo la corona e stavo andando su con il 50.....chiaramente con la piu' grande dietro che ha sfregato per tutti i km.

venerdì 26 dicembre 2025

IL MIO CIRCO DI NATALE


 

Come da tradizione per le feste di Natale noleggio una fat tyre elettrica e salgo fin che si può di fianco al Gavia. E come sempre, in una giornata da togliere il fiato, la montagna non ti tradisce. 

Silenzio e gioia. 

sabato 20 dicembre 2025

IL PIU' BEL TITOLO DI UN LIBRO SUL CICLISMO?

 



Dieci anni da professionista, oltre novanta gare a stagione, una vita consumata sui pedali: Olivier Haralambon ha vissuto le pieghe più nascoste e i vertici più luminosi del ciclismo d’élite. Ora, da giornalista e filosofo, ci accompagna in un viaggio straordinario dentro l’anima di questo sport – e dentro l’anima di chi lo pratica. Il ciclismo è una disciplina mistica, è arte in movimento, dialogo serrato tra l’uomo e i propri limiti. Ogni pedalata diventa meditazione, ogni salita una preghiera laica, dove dolore e piacere si intrecciano in una danza ancestrale. Il corpo non è più solo carne, sudore e sangue, ma strumento di una ricerca che va ben oltre la vittoria: la ricerca di sé. Haralambon ci guida attraverso quella dimensione sospesa dove il ciclista e la sua bicicletta diventano una cosa sola, dove la solitudine della strada si trasforma in compagnia profonda. Ci mostra come la ripetizione ossessiva del gesto atletico può aprire varchi verso l’infinito, come il controllo del dolore divenga paradossalmente la sua liberazione. Non mancano le ombre: il doping, l’ossessione, il prezzo altissimo di una dedizione totale. Haralambon non giudica ma racconta, con una scrittura che ha il ritmo del respiro in salita e la precisione di chi ha misurato ogni battito del proprio cuore. "Il ciclista e la sua ombra" reinventa il racconto sportivo, trasformandolo in riflessione esistenziale sulla tensione umana verso l’assoluto.