FATICA
venerdì 20 marzo 2026
sabato 7 marzo 2026
Perché corriamo per hobby quando ci lamentiamo di essere sempre di corsa?
DA MATTEO TESSAROTTO
"Milano, Naviglio Grande, ore 7:15 di un sabato mattina.
Il cielo è grigio, cade quella pioggia sottile e fastidiosa e la città dorme ancora. Mentre mi dirigo verso l’aula per tenere una giornata di docenza, protetto da cappuccio e ombrello, trascinando il mio trolley giallo con lo zaino in spalla, noto qualcosa che mi colpisce. Non sono solo. I marciapiedi sono popolati. Non da lavoratori assonnati o da chi rientra dalla serata precedente, ma da loro: i runner.
Imperterriti, con tute aderenti e tessuti fluo che sfidano il grigiore milanese, corrono. Corrono sotto la pioggia, di sabato mattina.
In quel momento faccio un pensiero che ha il sapore del paradosso. Passiamo la settimana a lamentarci. La vita frenetica ci opprime, le scadenze ci inseguono, non abbiamo tempo per respirare. Usiamo l’espressione “sono sempre di corsa” come un mantra da stress mentre sogniamo la calma, la lentezza, il divano.
Eppure, appena abbiamo un momento libero, appena siamo padroni del nostro tempo, cosa scegliamo di fare? Ci mettiamo a correre.
Perché, se la corsa è la metafora del nostro stress quotidiano, la scegliamo come via al benessere?
La differenza tra “dovere” e “scegliere”
Credo che la risposta non risieda nell’atto fisico della corsa, ma nella scelta. Durante la settimana, siamo “di corsa” perché qualcun altro o qualcos’altro ha stabilito il ritmo. Il cliente che chiama, il capo che chiede, l’orologio che ticchetta, il treno che parte. Quella è una corsa subita. È una corsa in cui siamo passeggeri del nostro stesso affanno.
Il runner del sabato mattina, invece, sta compiendo un atto di riappropriazione. Nessuno lo sta inseguendo. Nessuno gli ha ordinato di farlo. Sceglie lui il ritmo. Sceglie lui la distanza. Sceglie lui quando fermarsi.
Lo psicologo Julian Rotter ha definito questo fenomeno come locus of control: quando percepiamo di non avere controllo sugli eventi (locus esterno), sperimentiamo stress e impotenza. Quando invece siamo noi a decidere (locus interno), sperimentiamo padronanza e benessere. La corsa volontaria ribalta la percezione, restituendoci il controllo.
La Teoria dell’Autodeterminazione di Edward Deci e Richard Ryan (di cui ho recentemente parlato, anzi scritto) va ancora più a fondo: dimostra che la motivazione intrinseca – fare qualcosa per piacere personale – genera benessere autentico, mentre la motivazione estrinseca – fare qualcosa per pressione esterna – produce alienazione e svuotamento. Il runner del sabato mattina incarna questa differenza fondamentale.
In un mondo professionale dove spesso ci sentiamo in balia degli eventi, la corsa volontaria è la massima espressione del controllo. Corro non perché devo scappare da qualcosa, ma perché voglio andare verso qualcosa. O forse, semplicemente, corro per sentire che sono io a decidere la velocità delle mie gambe.
Correre verso il traguardo
C’è un altro aspetto fondamentale. Nella vita lavorativa, la “corsa” sembra non finire mai. Chiudi un progetto e se ne apre un altro, risolvi un problema e ne arrivano due. Il traguardo è mobile, sfumato, a volte invisibile. Questa è la vera fonte dello stress: correre senza vedere la fine.
La corsa sportiva, invece, ha regole oneste. Decidi di correre 5 km, 10 km, un’ora. C’è un inizio, c’è una fine, c’è una doccia calda dopo e magari un ristoro, una birra fresca. La fatica ha un senso compiuto, un perimetro definito. È una fatica che finisce e che ti restituisce un risultato immediato e tangibile.
Mihaly Csikszentmihalyi ha parlato del concetto di flow, quello stato di immersione totale in un’attività. La corsa sportiva, con il suo inizio definito, la sua fine misurabile e i suoi progressi tangibili, è un’attività “autotelica”: ha senso in sé, genera soddisfazione intrinseca. È l’esatto opposto della corsa lavorativa che sembra non finire mai, dove i confini si dissolvono e il senso di completamento sfugge.
Rispetto a questo, il neuroscienziato Robert Sapolsky ci aiuta a comprendere meglio questa distinzione: lo stress acuto, breve, controllato, con un inizio e una fine, può essere addirittura benefico per l’organismo. È lo stress cronico, prolungato, incontrollabile, senza risoluzione, a essere dannoso. La corsa del sabato è stress acuto: sfida il corpo ma si conclude. La corsa lavorativa è stress cronico: un’attivazione continua senza mai una vera pausa rigenerante.
Forse non odiamo la fatica, odiamo l’assenza di senso
Guardando quei runner sotto la pioggia di Milano, forse ho capito una cosa. L’essere umano non è pigro. Non odia la fatica. Anzi, la cerca. Siamo disposti ad alzarci all’alba e sudare sotto la pioggia se quella fatica ha un senso per noi, se l’abbiamo scelta, se genera energia, ci fa sentire vivi e padroni di noi stessi.
Ricerche neuroscientifiche recenti suggeriscono che la fatica non è solo uno stato fisiologico, ma anche un segnale emotivo che il cervello usa per comunicare “questo sforzo non vale la pena”. Quando scegliamo volontariamente lo sforzo, quando gli attribuiamo un significato, il cervello cambia radicalmente la sua valutazione: la fatica diventa sopportabile, persino piacevole. Diventa il prezzo accettabile di qualcosa che ci sta a cuore.
Il paradosso, quindi, è solo apparente. Ci lamentiamo di essere “di corsa” non perché non ci piaccia muoverci o faticare, ma perché vorremmo essere noi a decidere la direzione, il ritmo, il senso di quella corsa.
Forse in tutto questo c’è una lezione da apprendere
Forse la lezione è proprio questa: per smettere di soffrire la frenesia della settimana, non dobbiamo necessariamente fermarci. Dobbiamo, metaforicamente, allacciare le scarpe e iniziare a correre al nostro ritmo, trasformando la corsa da una necessità imposta a una scelta consapevole.
Dobbiamo chiederci, ogni volta che ci sentiamo “di corsa”: chi sta decidendo il mio ritmo? Chi ha definito questo traguardo? Questa fatica ha un senso per me o sto semplicemente reagendo alle richieste esterne?
Perché alla fine, quei runner sotto la pioggia milanese non stanno semplicemente facendo esercizio fisico. Stanno praticando un atto di libertà. Stanno dicendo al mondo: per un’ora, sono io che decido.
E forse è proprio questo che tutti cerchiamo: non la lentezza in sé, ma la possibilità di scegliere quando accelerare e quando rallentare. Non l’assenza di fatica, ma la certezza che quella fatica abbia un senso che riconosciamo nostro.
Secondo me la domanda non è se correre o fermarsi. La domanda è: chi tiene in mano il cronometro?"
mercoledì 25 febbraio 2026
How Many Years Do I Have Left?
Quanti anni mi rimangono per continuare a allenarmi cosi'? L'hanno chiesto a Lionel Sanders, cavallo pazzo del triathlon e mio grande amore. Mi sono depresso inizialmente, andare in bici quando e quanto voglio, correre, nuotare, giocare a tennis: forse cinque, sei al massimo per me. Sessantasei?
venerdì 20 febbraio 2026
lunedì 16 febbraio 2026
CAMUS, UNO DI NOI
ESC - Every Step Counts - un grande podcast che in questa puntata e' andato oltre.
"Il problema?
Il problema non è che il masso rotola giù.
Il masso rotolerà sempre giù.
Il problema è che noi siamo ossessionati dal traguardo, ci hanno insegnato che lo sport si fa per ottenere qualcosa.
Si corre per la medaglia, si va in palestra per la prova costume, si fatica per il record.
Viviamo proiettati nel futuro, viviamo aspettando di arrivare e così il presente diventa solo un fastidio, un ostacolo tra noi e la felicità.
Ma se il traguardo non esistesse?
Se la medaglia fosse quello che realmente è, ossia solo un pezzo di metallo che alla fine finisce in un cassetto?
Se la forma perfetta fosse destinata a svanire comunque?
Allora ci resta solo una cosa, ci resta il masso.
Ci resta questo preciso momento, il respiro che stai facendo ora, il passo che stai facendo ora.
Ci resta la dignità immensa di essere lì, sulla china della montagna, a spingere non per arrivare da qualche parte, ma perché spingere ci fa sentire vivi, perché opporsi alla gravità è l’unico modo che abbiamo per dire all’universo.
Io ci sono e io resisto.
Camus analizza questo mito e alla fine del suo libro scrive una frase illuminante.
Dopo aver descritto tutta la sofferenza, tutta la polvere, tutta la frustrazione di quest’uomo condannato a non arrivare mai, Camus dice, bisogna immaginare Sisifo felice.
Felice come può essere felice un uomo condannato a una fatica inutile ed eterna Sisifo?
È felice perché ha capito il segreto, ha capito che la cima non conta.
La cima è un’illusione, il traguardo è un’illusione.
Se si spingesse il masso solo per arrivare in vetta sarebbe disperato perché non ci arriverà mai.
Ma se sì, sì, poi impara ad amare la spinta.
Se sì, sì. Trova il senso della sua esistenza non nel risultato, cioè il masso in cima, ma nell’azione
Allora Sisifo è invincibile.
Lui invece sorride perché il risultato è la lotta stessa.
Camus infatti scrive,
Ecco la chiave per quando la motivazione finisce".
mercoledì 4 febbraio 2026
UN VECCHIO NEMICO
Da ragazzino grasso e scoordinato e lento ho avuto una grande passione per il tennis. Erano gli anni di Panatta, meravigliosi anni della Coppa Davis. Io facevo chiaramente schifo. Natura Matrigna. Pero' ricordo diverse estati, migliaia di ore, passate contro un imbattibile avversario: il muro del cortile del condominio dove vivevo. Ghiaia per terra per i rimbalzi piu' imprevedibili tipo palla magica, una riga sottilissima e storta tirata con il gesso come rete, ma mi ricordo che li' ho giocato sicuramente alcune finali di Wimbledon nella mia testa.
E adesso ne ho ritrovato uno, qui dove vivo adesso. Ieri sono andato a sfidarlo. Che meraviglia. Anche se sono sempre negato e ho perso ancora una volta.
lunedì 2 febbraio 2026
MI SONO DIVERTITO PIU' IO DEI BAMBINI
Oggi l'ondata di freddo dell'est atlantico e' arrivata anche qui.
domenica 25 gennaio 2026
MOLTO PIU' DURO DELL'IRONMAN
Nei giorni scorsi non mi sono allenato perche' ho affrontato l'ennesimo trasloco (credo il ventitresimo se ho contato bene...). A son straza'.
giovedì 15 gennaio 2026
giovedì 8 gennaio 2026
IL MIO COACH IN REALTA' E' UNO SCRITTORE
Ho corso tanto. A questo pensavo qualche giorno fa, mentre salutavo le vacanze siciliane correndo la prima ora del mattino, accompagnato dai profumi di mare e di pineta, poco prima di prendere l'aereo. Ho corso quando mio padre mi fece la prima pera di endorfine, sulla Mura com'è giusto, avevo dodici anni e il fiato corto, e mi dissi mai più. |
martedì 6 gennaio 2026
"La tua più grande vittoria in questo 2026 non sarà ciò che otterrai, ma chi diventerai mentre guarisci le tue battaglie invisibili"
"Mi vedi oggi, con 28 medaglie appese al collo e il titolo di miglior atleta di tutti i tempi inciso sui libri. Vedi lo "Squalo di Baltimora", ma la mia realtà è stata un uomo distrutto nel 2014, chiuso nella sua stanza desiderando che il mondo si fermasse.
lunedì 5 gennaio 2026
PROPOSITI PER IL 2026: Morsi di cane e tempeste di neve a mezzanotte…
https://www.lumacagabi.com/alps-divide-resoconto/
Magellan aka Giuda Mezza Routa sta pianificando la nostra estate. Dai resoconti sembra gia' molto meglio della Transbalcan dove c'erano orsi e mine antiuomo.....
sabato 27 dicembre 2025
IN EFFETTI SENTIVO UN RUMORINO NEL CAMBIO.....
venerdì 26 dicembre 2025
IL MIO CIRCO DI NATALE
Come da tradizione per le feste di Natale noleggio una fat tyre elettrica e salgo fin che si può di fianco al Gavia. E come sempre, in una giornata da togliere il fiato, la montagna non ti tradisce.
Silenzio e gioia.