venerdì 27 marzo 2026

ITACA



Sono tanti anni che provo a divertirmi in kitesurf. 
Ma avevo il vento contro da anni, e continuavo a chiamarlo destino.

Come Ulisse, mi dicevo,
che ogni mare è fatto per essere attraversato,
che ogni paura ha una tecnica,
che ogni caduta insegna qualcosa.

Ho cambiato spiagge come porti,
Tarifa, Safaga,
Cabarete, perfino Colico...... si' proprio Colico
Nomi che suonano come promesse,
come sirene che cantano: “ancora una volta”.

E io ancora una volta entravo in acqua,
il corpo rigido, le mani incerte,
il kite che tirava come una domanda
a cui non ho mai saputo rispondere davvero.

Gli altri scivolavano
leggeri, inevitabili
come se il mare li riconoscesse.

Io no.

Io ero sempre quello che ripartiva,
quello che si faceva male,
quello che alla fine non ci credeva

E poi oggi
non c’è stato un naufragio,
né una tempesta finale
solo una chiarezza piatta,
senza onde.

Ho capito che la mia Odissea
non prevedeva quel ritorno in piedi sull’acqua.

Che la mia Itaca
non era planare,
non era saltare,
non era vincere il vento.

Era smettere.

Smettere di provare a diventare
qualcosa che non sono mai stato
in nessun mare,
in nessun anno.

E dirlo senza rabbia,
ma con una stanchezza lucida
che somiglia alla verità.

C’è amarezza, sì.
Come quando Ulisse torna
e nulla è come lo aveva lasciato.

Ma poi ci sono loro,
i miei figli.

Che il vento lo prendono
come fosse un gioco antico,
che ridono mentre volano,
che cadono e si rialzano
senza farne una questione di senso.

Li guardo dalla spiaggia,
fermo, finalmente.

E penso che forse
questa è la mia Itaca:
non il mare conquistato,
ma il viaggio interrotto, 
al momento giusto,
per sentire solo la loro gioia, 
quando si giravo verso la riva per vedere se li guardavo.

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